Tutte le imprese “pagano” la formazione finanziata ma circa la metà non lo sa
- 22 Luglio 2026
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Oggi parliamo di un contributo obbligatorio che si versa comunque, e che può trasformarsi in formazione gratuita per i propri collaboratori: e fidatevi, conviene saperlo.
Ogni mese, ogni azienda italiana con dipendenti versa all’INPS lo 0,30% delle retribuzioni per finanziare la formazione continua. È un contributo obbligatorio, non una scelta: si paga comunque, indipendentemente da cosa se ne fa. Eppure, secondo i dati più recenti, circa la metà delle aziende italiane con dipendenti non ha mai scelto di destinare quella quota alla formazione dei propri collaboratori. Continua a versarla, e basta.
È un numero che mi ha colpita, perché racconta qualcosa che vedo spesso nel mio ruolo di coordinatrice e progettista della formazione: non un disinteresse, ma una risorsa che semplicemente non è mai stata raccontata bene a chi potrebbe usarla.
Le PMI: un’occasione che si conosce poco, non che si rifiuta
Se guardiamo a chi resta fuori da questo meccanismo, non sono le grandi aziende, che quasi sempre hanno già un referente HR strutturato e conoscono bene lo strumento. Sono soprattutto le piccole e medie imprese, in cui di solito non esiste una funzione dedicata alla formazione e le energie sono giustamente concentrate su tutt’altro: produzione, clienti, gestione quotidiana.
È comprensibile, ed è quello che vedo capitare più spesso: chi guida una PMI ha già decine di cose a cui pensare, e la formazione finanziata (con la sua parola composta, un po’ burocratica) suona come l’ennesima pratica complicata da aggiungere alla lista. Il paradosso è che si tratta esattamente del contrario: è una delle poche leve a disposizione delle aziende che non richiede alcun investimento economico aggiuntivo, perché quei soldi l’azienda li ha già messi da parte, per legge, senza nemmeno accorgersene.
Anche chi aderisce, spesso si ferma lì
C’è poi un secondo livello dello stesso problema, forse ancora meno conosciuto: anche tra le aziende che hanno aderito a un Fondo Interprofessionale, sono relativamente poche quelle che ogni anno attivano davvero un percorso formativo concreto. L’adesione, da sola, non basta: serve qualcuno che aiuti a trasformarla in un piano reale, utile per l’azienda e per le persone che ci lavorano.
Ed è qui che, nella mia esperienza, si gioca la differenza. Non è un problema di volontà o di valore percepito della formazione: le aziende con cui parlo capiscono benissimo quanto contino le competenze delle loro persone. È un problema di tempo, di burocrazia percepita come ostacolo, e a volte semplicemente di non sapere da dove cominciare.
Non solo il corso obbligatorio sulla sicurezza
Quando si parla di formazione finanziata, il pensiero corre quasi sempre al corso di sicurezza sul lavoro, obbligatorio e spesso vissuto come un adempimento da spuntare in fretta. Ma è solo una minima parte di ciò che questi strumenti permettono di realizzare. Attraverso i Fondi Interprofessionali si possono finanziare percorsi di formazione manageriale, aggiornamento di competenze digitali e linguistiche, sviluppo organizzativo, certificazioni tecniche di settore, percorsi di crescita per i team: attività che, acquistate a listino, hanno spesso un costo tutt’altro che trascurabile. Molte aziende infatti rinunciano a questo tipo di investimenti perché li considerano troppo onerosi, senza sapere di avere già a disposizione le risorse per realizzarli. E questa è una delle cose che, nel mio lavoro, mi capita di dover spiegare più spesso, e che agli occhi di chi non lo sapeva risulta quasi sempre illuminante.
C’è anche un altro equivoco frequente: pensare che la formazione finanziata abbia a che fare con un catalogo di corsi preconfezionati, da scegliere così come sono. È vero per una parte del sistema: molti enti di formazione lavorano giustamente in questo modo, con cataloghi ampi e strutturati. Ma è possibile anche un approccio diverso, con percorsi progettati su misura, costruiti a partire dalle esigenze specifiche di un’azienda, e poi finanziati attraverso questi stessi strumenti. Sono due strade diverse, non alternative migliori o peggiori, ma vale la pena sapere che esistono entrambe.
Da dove si parte?
Il primo passo, lo dico spesso, è più semplice di quanto sembri. Basta verificare, tramite il Cassetto Previdenziale INPS, se l’azienda già aderisce ad un Fondo indicato nelle proprie denunce contributive. Se non c’è nulla, quella quota sta semplicemente confluendo nel sistema generale, senza alcun ritorno pratico. Aderire non costa nulla in più, non comporta rischi, e può essere fatto in qualunque momento dell’anno.
Il punto, in fondo, è semplice: prima di chiedersi come muoversi, vale la pena chiedersi se la propria azienda stia già usando questa possibilità o se, come capita a circa metà delle imprese italiane con dipendenti, non ne abbia mai davvero sentito parlare fino ad ora.
About Job si occupa di formazione manageriale e finanziata, accompagnando le aziende nella scelta e nell’attivazione dei Fondi Interprofessionali più adatti e costruendo percorsi formativi ad hoc sulle loro esigenze: aboutjob.it/formazione-manageriale
Fonti: INAPP, XXV Rapporto sulla Formazione Continua in Italia (dati 2024: circa 780.000 imprese aderenti ai Fondi Interprofessionali, 10,5 milioni di lavoratori coperti); Istat/SISTAN, imprese attive con dipendenti in Italia (1.667.906 nel 2023); ANPAL, dati sull’adesione ai Fondi Interprofessionali riferiti agli anni precedenti. Le diverse fonti, che misurano il fenomeno con metodologie e riferimenti temporali leggermente diversi, convergono su un tasso di adesione che si aggira in ogni caso attorno al 50% delle imprese con dipendenti.
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