Quel “lavoretto” durante l’università: l’esperienza che non sapevi di avere
- 15 Giugno 2026
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Nel Rapporto AlmaLaurea 2026 c’è un dato che vale la pena leggere con attenzione, soprattutto se stai per laurearti o lo hai fatto da poco. Chi ha lavorato in modo continuativo durante l’università – anche part-time o in settori completamente diversi dal proprio percorso di studi – ha il doppio delle probabilità di trovare lavoro a un anno dal titolo rispetto a chi non ha mai lavorato. E chi ha avuto esperienze più saltuarie ha comunque il 50% di probabilità in più.
Non è il voto di laurea a fare la differenza, né il gruppo disciplinare, né l’Erasmus (aspetti che pure contano). È il lavoro, qualsiasi lavoro, una delle variabili più rilevanti a distinguere chi trova da chi aspetta.
Attitudini, carattere e personalità, oltre le competenze
C’è un aspetto che chi seleziona conosce bene e che vale la pena esplicitare: dai neolaureati nessun imprenditore o recruiter può aspettarsi competenze tecniche consolidate. Non può averle, per definizione (e chi assume lo sa, o almeno dovrebbe saperlo).
Quello che si valuta, invece, è tutto il resto: la capacità di stare in un contesto, di relazionarsi, di imparare, di portare a termine qualcosa. Ed è esattamente qui che le esperienze lavorative, anche le più “umili”, diventano decisive. Non solo per quello che dimostri di saper già fare, ma anche per ciò che sai essere e per la possibilità di raccontarti meglio. Un ragazzo o una ragazza che ha lavorato durante gli studi ha una storia concreta, verificabile e significativa da portare al colloquio. Chi non ha mai lavorato, per quanto brillante, parte da una posizione più fragile: deve convincere senza poter mostrare.
Il motivo è più intuitivo di quanto sembri. Chi ha già lavorato porta con sé qualcosa che non si trasmette in aula: sa stare dentro un contesto organizzativo, sa cosa significa avere una qualche forma di responsabilità, sa che le cose non sempre vanno come previsto e che bisogna trovare comunque il modo di andare avanti. Ha già fatto insomma i conti con la realtà, e questo si vede in un colloquio.
Per capire come funziona questo meccanismo, pensa a chi pratica uno sport con continuità da anni. Quella persona non ha sviluppato solo le capacità fisiche legate all’attività che pratica. Ha anche costruito qualcosa di molto più ampio: disciplina personale, resistenza alla frustrazione, capacità di lavorare verso un obiettivo nel tempo, abitudine a fare i conti con la sconfitta e a rialzarsi, capacità di stare in squadra. Nessuno di questi tratti compare in una scheda di allenamento, eppure sono esattamente le qualità che un buon selezionatore riconosce e cerca.
Il lavoro funziona allo stesso modo, e lo stesso vale per qualsiasi esperienza in cui ci si metta in gioco in un contesto strutturato: che tu abbia servito ai tavoli, lavorato in un call center, dato ripetizioni o dedicato del tempo al volontariato, hai sviluppato (spesso senza rendertene conto) una capacità di adattamento che vale molto più di quanto pensi. Non perché quell’esperienza sia coerente con il ruolo che stai cercando, ma perché dimostra che sai cosa significa assumerti una responsabilità e portarla avanti.
Quello che porti con te non è solo ciò che hai fatto. È tutto ciò che hai dovuto essere per farlo.
Selettività consapevole non è la stessa cosa di attesa passiva
È comprensibile, dopo anni di investimento in un percorso universitario impegnativo, voler aspettare l’opportunità giusta e non voler “sprecare” il proprio titolo in qualcosa di non coerente. È un impulso legittimo, e in una certa misura anche un segnale positivo: significa che i giovani stanno imparando a riconoscere il valore del proprio percorso formativo.
Ma c’è una differenza importante che vale la pena tenere a mente: la selettività consapevole si costruisce sull’esperienza, mentre l’attesa passiva la evita.
Aspettare il lavoro perfetto standosene fermi non aumenta le possibilità di trovarlo (anzi, nel breve periodo le riduce). Accumulare esperienza, anche laterale, anche imperfetta, ti mette invece nelle condizioni di scegliere con più consapevolezza e più forza contrattuale quando l’occasione giusta arriva davvero.
La domanda giusta da farsi
“Cosa sto imparando da quello che faccio, anche quando sembra lontano da dove voglio arrivare?“
È questa la domanda che vale la pena portarsi dietro, molto più del chiedersi se un’esperienza sia o meno coerente con il proprio percorso. Qualsiasi contesto lavorativo ti restituisce qualcosa – una competenza, una consapevolezza, una storia da raccontare. E quando arriverai al colloquio per il lavoro che davvero vuoi, quella storia farà la differenza.
La coerenza professionale non è un punto di partenza. È una destinazione. E si raggiunge solo mettendosi in cammino.
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