Occupazione femminile e politiche del lavoro: tutela o trappola per le donne?

La situazione in Italia

In Italia il tasso di occupazione femminile, insieme a quello della Grecia, è il più basso d’Europa: appena il 50,8% delle donne ha un lavoro. Siamo ultimi in Europa anche per tasso di natalità, con 1,24 figli per donna e un forte calo demografico [Istat/Eurostat].

Ma come, quasi la metà delle donne italiane non lavora eppure non si fanno figli?

Può sembrare paradossale, ma in realtà è un processo coerente, perché gli esseri umani sono spinti a generare la vita solo se hanno fiducia e la serenità di poter garantire un futuro solido alla prole.

Le politiche del lavoro: tutela o trappola?

L’Italia presenta ancora un approccio patriarcale al mercato del lavoro e, pur ammettendo l’importanza della parità salariale e professionale tra uomo e donna, adotta politiche che nascono per includere ma nel concreto poi escludono le donne dal mercato del lavoro.

Le opportunità di lavoro non mancano. Eppure nel periodo potenzialmente interessato da esperienze genitoriali, le giovani donne non se la passano affatto bene (tanto che diventa notizia di rilevanza nazionale il caso di una donna assunta in gravidanza).

Inoltre il doppio ruolo di madre e lavoratrice continua a rappresentare un ostacolo per molte donne che spesso, dopo il congedo di maternità, non riescono a rientrare né a ricollocarsi per mancanza di supporto e per obsolescenza delle competenze.

È colpa di datori di lavoro retrogradi?

Non solo. La normativa infatti prevede che una madre che si dimetta entro l’anno d’età del/la figlio/a possa percepire fino a 24 mesi di indennità di disoccupazione. Si tratta di una iper tutela che di fatto minaccia il diritto di cittadinanza della donna nel mercato del lavoro e che la spinge ad uscirne proprio in coincidenza della fase più fertile non solo dal punto di vista biologico ma anche dal punto di vista professionale.

A 30 anni gli uomini mostrano una traiettoria salariale ancora in crescita; quella femminile,  al contrario, si appiattisce. E anche quando una donna lavora, il suo reddito è spesso il più basso all’interno del nucleo familiare e pertanto sacrificabile.

Si genera quindi un circolo vizioso determinato non solo da una classe imprenditoriale poco flessibile, ma anche da politiche sbandierate come propedeutiche alla riduzione della disparità ma che in realtà la nutrono.

In ottica employability è quindi evidente che investire risorse economiche per spingere la donna a stare a casa, con conseguente indebolimento delle competenze e dell’attrattività verso il mercato del lavoro, non è la soluzione.

Un approccio responsabile e un cambio di mentalità

Sono necessarie politiche che partano dal presupposto che quello alla genitorialità è un diritto e che il lavoro va inteso non solo come strumento di benessere economico-sociale ma anche come forma di espressione e di emancipazione della persona.

Solo se le donne saranno incluse a livelli significativi e valorizzate per il contributo che possono portare nel mercato del lavoro e nel sistema socio-economico, allora potremo correggere le disfunzioni di questo paese, perché anche le visioni più patriarcali e tradizionali del sistema non possono non riconoscere i rischi del perdurare di questo trend: meno lavoro = meno figli.

Per tagliare questo traguardo, bisogna partire dal dirottare le risorse che oggi coprono la NASPI delle madri dimissionarie verso politiche e che consentano loro di rientrare al lavoro serenamente, guadagnare di più e usufruire di servizi strutturati per la cura dei figli, incrementando così il proprio potere negoziale con il partner nella gestione del carico familiare. E a proposito dei padri, bisogna incentivare il loro ruolo di cura anche introducendo un congedo di paternità obbligatorio significativamente più lungo dei 10 giorni previsti dalla legge.

Detto questo, anche se fondamentali le politiche attive non sono sufficienti a risolvere il problema: è necessario un cambio di mindset collettivo, partendo da noi stessi.

Lavorare è sì un diritto ma è anche una responsabilità e un’opportunità: dare il proprio contributo per poter mantenere un punto di vista generativo in un sistema economico spesso arido e, specie per le donne, portare il codice materno nelle organizzazioni sempre più consapevoli che l’attenzione verso la persona può farle vincere nella guerra dei talenti e nella carenza di competenze che caratterizza l’attuale mercato del lavoro.

Dobbiamo iniziare a pensare che la nascita di un/a figlio/a è un dono non solo per la donna e per la famiglia, ma per tutta la collettività, e che quindi la società deve trovare il modo di accudire, educare e formare i figli senza sprecare il talento delle donne.