Lavorare durante gli studi RADDOPPIA le chance di occupazione a un anno
- 29 Giugno 2026
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Quando un numero è grande, di solito c’è più di un motivo. Ciò che emerge dall’ultimo Rapporto AlmaLaurea sugli esiti occupazionali della laurea è di quelli che fanno alzare il sopracciglio a chiunque maneggi dati per mestiere: chi ha lavorato in modo continuativo durante gli studi arriva al primo anno post-laurea con una probabilità di occupazione quasi doppia rispetto a chi non l’ha fatto. Non è la differenza che ci si aspetterebbe da qualche mese di part-time. È una forbice troppo ampia per essere spiegata solo con “ha qualche riga in più nel curriculum”.
Vale allora la pena chiedersi cosa ci sia davvero dietro a quel numero. Perché un dato così marcato, di norma, non misura una sola cosa.
La prima tentazione è leggerlo come un effetto di competenze. Ma non regge: i lavori che gli studenti fanno mentre studiano quasi mai hanno a che vedere con il titolo che stanno prendendo, e quasi mai lasciano in eredità abilità tecniche spendibili. Chi assume questo lo sa. Dunque, il vantaggio non sta in cosa hanno imparato a fare.
Sta, più probabilmente, in ciò che quel percorso segnala. Nel nostro lavoro la parola “segnale” è centrale: un selezionatore deve decidere su una persona avendone pochissime informazioni verificabili, e così impara a dare peso agli indizi più difficili da esibire. Aver tenuto insieme studio e lavoro per anni è uno di questi: dice che quella persona sa organizzarsi, reggere un impegno doppio, presentarsi puntuale a qualcuno che non è un professore. Non sono certezze, sono probabilità; ma chi seleziona ragiona esattamente in probabilità, ed è lì che il dato AlmaLaurea trova la sua spiegazione più solida.
C’è poi una parte del raddoppio che gli economisti del lavoro chiamerebbero, senza troppi giri di parole, autoselezione. Gli studenti che lavorano tendono a essere già, di partenza, persone con una certa propensione a muoversi, a non aspettare che le cose accadano. Il lavoro durante gli studi non li ha creati così: in parte li ha intercettati. Questo non sottrae nulla al consiglio pratico che se ne ricava, ma aiuta a leggere il numero per quello che è: non una formula magica, ma la fotografia di un atteggiamento che il mercato del lavoro riconosce e ricompensa per tempo.
Ed è qui che il dato smette di parlare solo ai neolaureati. Perché lo stesso meccanismo lo vediamo operare, identico, molto più avanti nelle carriere. Le aziende, quando cercano una figura, raramente sanno descrivere con precisione cosa vogliono; si affidano a segnali, a storie coerenti, a persone che dimostrano di essersi mosse anziché di aver atteso.
Chi ha costruito un percorso fatto di scelte e di esperienze concrete rappresenta un investimento meno rischioso, a ogni livello di seniority. Chi ha aspettato la collocazione perfetta, spesso, è ancora lì che aspetta.
Per questo crediamo valga la pena prendere sul serio quel doppio, e non archiviarlo come l’ennesimo invito a “fare gavetta”. È un dato che ci dice una cosa scomoda e utile insieme: il mercato del lavoro non valuta soltanto ciò che sappiamo, ma scommette su come ci siamo comportati quando avremmo potuto fare altrimenti. E inizia a farlo molto prima di quanto immaginiamo.
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