Il premio che non arriva mai
- 6 Febbraio 2026
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La domanda che nessuno vuole sentire
“Scusa, ma l’anno scorso non ho lavorato nei weekend e il premio annuale era identico. Quest’anno mi sono fatto il mazzo il sabato e la domenica. Quale parte esattamente è il compenso per il lavoro extra?”
Silenzio imbarazzato.
“Beh, non è che facciamo il calcolo preciso al centesimo…”
Questa conversazione si ripete in migliaia di aziende IT. È il momento in cui crolla l’illusione della meritocrazia, quando diventa chiaro che i premi non hanno nulla a che fare con l’impegno reale. Sono numeri decisi in anticipo, indipendentemente da quanto lavoro extra viene estratto dal team.
È gaslighting aziendale nella sua forma più pura. Ti fanno lavorare il doppio promettendo ricompense, poi ti danno esattamente quello che avresti ricevuto comunque. E quando protesti, ti guardano come se fossi tu quello irragionevole.
L’arte di mentire sulla destinazione
Immaginate di dire a qualcuno di correre una maratona senza rivelargli la distanza. “Corri forte, l’obiettivo è importante!” Ma quale obiettivo? Quanti chilometri? Quando dobbiamo arrivare?
“Non possiamo dirti la data vera. Se la conoscessero, non farebbero niente fino all’ultima settimana.”
Questa manipolazione mascherata da strategia rivela una sfiducia profonda. Non sono colleghi, sono bambini da ingannare per il loro bene.
Il risultato? Un team che lavora freneticamente verso un obiettivo che cambia continuamente, senza sapere se stanno andando bene o male. La mancanza di trasparenza genera un’ansia particolare: non sapere nemmeno cosa costituisce un successo.
La barca a remi che attraversa l’oceano
Il progetto parte. Servono dieci persone? Cominciamo con due. Le più disponibili in quel momento, non le più competenti. Una è l’analista funzionale, l’altra non ha mai usato le tecnologie scelte. Ma va bene, “È importante, bisogna raggiungere l’obiettivo!”
Passa un mese. Il progetto va lento? Ovvio, ci sono solo due persone invece di dieci. Soluzione? Aggiungerne altre due. Scelte altrettanto a caso.
Passa altro tempo. Continuiamo ad aggiungere persone, finché raggiungiamo le dieci previste. Con tre mesi di ritardo. Ma ora c’è un’emergenza da recuperare.
È come tentare di attraversare l’oceano con una barca a remi, pensando di aggiungere i motori durante il viaggio. Nel frattempo, la corrente ti ha portato indietro, hai perso tempo prezioso, e il team iniziale è esausto per aver remato da solo per mesi.
Aggiungere persone a un progetto in ritardo lo fa ritardare ulteriormente. È una legge nota da decenni. Ma ogni volta si ripete la stessa illusione: “Stavolta sarà diverso. Mettiamo più gente e recuperiamo.”
Il mantra dell’obiettivo vuoto
“L’importante è raggiungere l’obiettivo!”
L’obiettivo viene ripetuto come un mantra, ma mai definito. Mai quantificato. Mai spiegato chiaramente. È una parola magica che dovrebbe motivare, ma diventa solo rumore di fondo.
È quasi ipnosi aziendale. Ripeti abbastanza volte “obiettivo” e la gente smetterà di chiedere quale sia. Continuerà a lavorare, guidata da una pressione vaga e onnipresente.
Quando qualcuno osa chiedere “Ma quale è esattamente l’obiettivo?”, le risposte sono evasive. Date che slittano. Specifiche che cambiano. Priorità che si ribaltano ogni settimana.
Il sacrificio che non conta
Arriviamo al punto critico. Il cliente fa pressione. Il ritardo è incolmabile. Soluzione?
“Lavoriamo nel weekend!” “Straordinari?” “No, per raggiungere l’obiettivo.” “Ma vorranno essere pagati.” “L’azienda non paga straordinari. Policy interna.” “E allora?” “Mettiamolo nel premio di fine anno.” “Ma il budget del premio è già fissato.” “Allora diamogli quello che era previsto, ma diciamo che comprende anche gli extra.”
È un inganno architettato con cura. Estrarre lavoro extra con la promessa di compensazione, poi dare esattamente quello che avresti dato comunque. Il team lavora il doppio, l’azienda paga uguale, e tutti fanno finta che sia normale.
Ancora più perverso quando la ricompensa è legata al team intero. “Ti premio solo se lavorano bene anche gli altri.” Come ammazzare la motivazione individuale con una sola frase. Puoi essere il migliore, ma se il team va male (magari proprio perché sottodimensionato da chi gestisce), niente premio.
I costi che nessuno vuole vedere
Questa gestione per crisi pianificata ha costi enormi che vengono sistematicamente ignorati:
Turnover devastante. I migliori se ne vanno per primi. Rimangono quelli senza alternative o troppo inesperti per capire.
Qualità del codice distrutta. “Smettiamo di fare unit test.” Il debito tecnico si accumula come interessi su un prestito mai ripagato.
Morale a terra. La demotivazione si espande fino a compromettere l’intera struttura del team. Il burnout non è un rischio, è una certezza.
Reputazione rovinata. Diventa sempre più difficile attrarre nuovi talenti. Le voci girano.
Emergenze continue. Gestire crisi costa più che pianificare bene.
Perché questo sistema continua a esistere
Non perché funzioni. Funziona male, crea disastri, brucia persone. Ma persiste per motivi banali:
È facile da implementare. Non richiede competenze di project management. Basta pressione, promesse, e urla quando le cose vanno male.
Dà l’illusione del controllo. Il manager può sempre dire “Sto facendo qualcosa.” Aggiunge persone, chiede straordinari, sposta deadline. Sembra azione decisiva.
È visibile a breve termine. I costi arrivano dopo: turnover tra sei mesi, debito tecnico tra un anno, reputazione rovinata tra due anni.
È il modello che conoscono. L’hanno visto fare così, lo ripetono senza pensarci. “Si è sempre fatto così.”
L’alternativa che esiste ma viene ignorata
Esiste un modo migliore. Non è teoria astratta, è pratica concreta.
Trasparenza sugli obiettivi reali. Date vere, stime oneste, rischi comunicati. Trattare le persone come professionisti.
Team completo dall’inizio. Calcolare quante persone servono, trovarle, farle partire insieme.
Compensi legati all’impegno reale. Lavoro extra? Straordinari pagati. Performance eccezionale? Premio vero.
Pianificazione realistica. Meglio dire “Ci vogliono sei mesi” e finire in cinque, che promettere tre mesi e finire in nove tra disastri.
Questo approccio produce risultati migliori, team più felici, costi reali più bassi. Ma richiede competenza vera.
La scelta che i leader non vogliono fare
Il metodo della crisi perpetua persiste perché è più semplice. Non richiede di pianificare, solo di reagire. Non richiede di rispettare le persone, solo di pressarle. Non richiede competenza manageriale, solo la capacità di ripetere “obiettivo” abbastanza volte.
Ma richiederebbe ammettere una verità scomoda: il problema non sono gli scansafatiche degli sviluppatori. È un sistema di gestione progettuale fondamentalmente difettoso.
Finché i leader IT continueranno a vedere le persone come risorse da spremere invece che come asset da valorizzare, continueremo a vedere gli stessi disastri. Progetti in ritardo, team bruciati, qualità distrutta, costi fuori controllo.
E alla fine, quando tutto crolla, la domanda sarà sempre la stessa: “Ma come mai gli sviluppatori non lavorano abbastanza?”
Mai: “Forse il problema è come gestiamo i progetti?”
Questo articolo è tratto da “Non funziona niente! – I progetti IT in crisi”, il primo libro della collana Nothing Works! — una tragicommedia aziendale per chi ha visto troppi Gantt chart trasformarsi in fiction.
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