I Curriculum Vitae li leggo ancora io. Uno per uno.
- 3 Settembre 2026
- 0 commenti
C’è una domanda che mi fanno spesso, ormai in ogni intervista o confronto sul mio lavoro: “Ma voi head hunter, i CV li guardate ancora uno per uno o vi affidate anche voi all’intelligenza artificiale?”
La risposta è sempre la stessa, e vedo sempre la stessa sorpresa quando la do: sì, li leggiamo tutti. Io e i colleghi con cui portiamo avanti il progetto Magneticam continuiamo a leggere ogni curriculum che arriva in risposta ad una campagna di annunci relativa ad un incarico che ci viene affidato. Non per una forma di resistenza al cambiamento, ma perché è proprio quello lo snodo del processo che fa la differenza nel nostro mestiere.
Ascolta l’ultima intervista a Sabina Rosso, nell’ambito del programma Summertime di Giornale Radio di sabato 29 agosto 2026.
Due direzioni opposte
Dall’altra parte, il trend va nella direzione opposta. Sempre più candidati chiedono a uno strumento di intelligenza artificiale di ottimizzare il proprio CV, di renderlo speculare a un’offerta di lavoro specifica. La logica è comprensibile: se penso che il mio curriculum verrà scremato da un algoritmo prima ancora di arrivare a un occhio umano, tanto vale scrivere per l’algoritmo.
Il problema è che questa logica, applicata a un head hunter che legge davvero ogni candidatura, produce l’effetto opposto a quello sperato. Mi è capitato di ricevere testimonianze di persone frustrate: raccontano di aver curato una lettera di motivazione coprendo ogni punto richiesto dall’annuncio, ma di essere state scartate perché avevano usato un sinonimo invece della parola esatta del job posting, convinte che un filtro automatico le avesse penalizzate per quello. Non è così che funziona da noi ma in molte realtà del nostro settore sì e capisco la frustrazione: se hai l’idea che il tuo CV fatto bene venga letto da uno strumento e non da una persona pensante, è naturale sentirsi scoraggiati.
Non demonizzo l’AI, ma attenzione a cosa si perde
Non credo che gli strumenti di intelligenza artificiale siano un problema in sé. Se aiutano una persona a comunicare meglio, a strutturare meglio un’idea, ben vengano. L’allarme che pongo riguarda l’uso eccessivo, il rischio di perdere autenticità e distintività proprio nel momento in cui contano di più.
Ho visto nascere addirittura percorsi di formazione su come scrivere il CV per l’intelligenza artificiale. È il segnale più chiaro di dove sta andando questa deriva: energie e tempo spesi ad acquisire una tecnica di scrittura per un lettore che, se ti rivolgi a chi fa selezione sul serio, semplicemente non esiste. Quel tempo, quell’energia, andrebbero investiti altrove: sulla propria identità professionale, sulla capacità di raccontarsi, sulla costruzione di relazioni.
Il vero problema non è il CV. È il mismatch
Dietro questo scenario c’è un dato che pochi conoscono, e che considero il vero nodo del mercato del lavoro italiano: circa il 45% delle posizioni aperte resta scoperto per mancanza di competenze adeguate. Abbiamo tassi di disoccupazione tutto sommato contenuti, ma tassi di inattività impressionanti. È un mercato in cui domanda e offerta faticano a incontrarsi, e non è un problema che un CV più ottimizzato può risolvere.
Anzi, il match automatico che l’intelligenza artificiale promette da anni, nella mia esperienza, rischia di accentuare il mismatch invece di ridurlo. Un algoritmo può incrociare parole chiave. Non può cogliere il potenziale di una persona che ha usato un termine diverso da quello dell’annuncio ma possiede esattamente le competenze o, in assenza di competenza pronte all’uso reperibile nel mercato, quantomeno le attitudini per iniziare un percorso nella giusta direzione. E non può, questo è il punto, leggere quello che la persona stessa che ricerca quella figura non sa da sola codificare: che caratteristiche deve avere davvero la persona giusta per quel ruolo, al di là dell’elenco di competenze tecniche? Questa è la domanda che faccio sempre ai miei clienti ed alla quale non è banale rispondere. Si tratta di caratteristiche che difficilmente un CV fa emergere.
Cosa conta davvero, allora?
Se dovessi indicare la competenza più richiesta oggi, non userei un termine tecnico legato a un settore specifico. Direi employability: la capacità di far dialogare il proprio essere con un mestiere. Non basta accumulare competenze se manca una direzione, un senso, detto in altri termini un mestiere. Le aziende, in fondo, ‘comprano’ il tuo passato: quello che hai fatto, come lo hai fatto, con quanta coerenza hai scelto il tuo percorso. Ma quello che fa davvero la differenza è la capacità di continuare a formarsi, di restare curiosi in un mercato che cambia così in fretta da renderci impossibile immaginare oggi le professioni che esisteranno tra cinque o dieci anni.
E vale anche per chi seleziona: il nostro compito non è trovare parole chiave che coincidono. È intravedere in una persona quello che magari nemmeno la persona stessa, in un colloquio, riesce a mettere del tutto a fuoco.
Per questo continuo a leggere ogni CV che arriva in risposta ad un incarico di ricerca e selezione che mi viene affidato. Non è nostalgia per un modo di lavorare superato. È la parte del mestiere che nessuno strumento può ancora fare al posto mio, e che credo valga la pena continuare a fare passando dalla lettura per sviluppare di conseguenza tutte le analisi necessarie e funzionali alla generazione di un match persona – impresa che funziona davvero e nel tempo. Il payoff di Magneticam – Mind the match – significa proprio questo.
Potrebbe interessarti anche
- PROCESS ENGINEER — Treviso
- FINANCE & ADMINISTRATION MANAGER — Pordenone
- SALES ACCOUNT – Prodotto Lighting/Elettrodomestico — Milano
- RESPONSABILE COMMERCIALE AREA TRIVENETO – Spirits — Friuli-Venezia Giulia, Italia, Trentino-Alto Adige, Veneto
- PROJECT LEADER – Formulazioni — Lodi, Lombardia, Milano
- RSPP — Pordenone
- APPLICATION ENGINEER JUNIOR — Treviso, Veneto
- KEY ACCOUNT — Lodi
- DIRETTORE ACQUISTI — Friuli-Venezia Giulia, Pordenone
- QUALITY PROCESS CONTROL SPECIALIST — Italia

