Giorgio Gaber e la ricerca del lavoro oggi. Le cose più preziose vanno conquistate
- 16 Settembre 2024
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L’inversione del rapporto tra consumatore e prodotto
Giorgio Gaber, noto per la sua capacità di osservare e commentare con acutezza le trasformazioni sociali e culturali, ha spesso espresso visioni profetiche e talvolta inquietanti sul futuro della società. Uno dei suoi concetti più interessanti riguarda l’inversione del rapporto tra consumatore e prodotto. Secondo Gaber, arriverà un tempo in cui non saremo più noi a scegliere i prodotti dalle vetrine, ma saranno essi a scegliere noi.
Questa visione ribalta completamente la tradizionale dinamica del consumo. In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, dall’intelligenza artificiale e dagli algoritmi, i prodotti non saranno più semplici oggetti passivi in attesa di essere selezionati. Diventeranno attivi, in grado di analizzare i nostri gusti, le nostre abitudini e persino i nostri stati d’animo. Attraverso la raccolta e l’elaborazione di enormi quantità di dati personali, i prodotti potrebbero adattarsi e “sceglierci”, attirandoci in modo mirato e personalizzato.
Se penso come Amazon agisce su di me comprendo la potenza di Giorgio Gaber quando ebbe questa intuizione negli anni ’70 e noi iniziamo solo adesso a riflettere sulle implicazioni etiche dell’Intelligenza Artificiale.
In questo scenario, la libertà di scelta, uno dei pilastri del consumismo moderno, rischia di essere messa in discussione. L’individuo, anziché essere il protagonista del proprio percorso di consumo, potrebbe diventare l’oggetto di manipolazioni sempre più sottili, orchestrate da un mercato che conosce i nostri desideri meglio di lui stesso.
Cosa accade al mercato del lavoro oggi?
Il concetto espresso da Giorgio Gaber riguardo ai prodotti che scelgono noi anziché il contrario può essere esteso in modo efficace al mondo attuale della ricerca del lavoro, dove il processo di Ricerca e Selezione si sta sempre più invertendo, grazie all’evoluzione tecnologica e ai meccanismi di profilazione.
Nel contesto odierno, i candidati sono costantemente profilati attraverso una miriade di dati raccolti dalle piattaforme di ricerca lavoro, dai social media professionali e da altre fonti digitali. Questi dati includono non solo le competenze e le esperienze lavorative, ma anche le interazioni online, le connessioni sociali e persino gli interessi personali. In questo modo, i profili dei candidati diventano veri e propri “prodotti” esposti in vetrina, pronti a essere scelti dalle aziende.
Le offerte di lavoro, a loro volta, non sono più semplici annunci in attesa di essere trovati dai candidati giusti. Oggi, attraverso algoritmi sofisticati, sono le stesse offerte a selezionare e “catturare” i candidati che rispondono ai criteri impostati dalle aziende e dalle piattaforme di pubblicazione. Questo processo è guidato da logiche di mercato, dove chi pubblica l’annuncio e chi gestisce la piattaforma collaborano per massimizzare l’efficienza e il profitto, spesso a discapito di un vero e proprio incontro tra domanda e offerta.
Questo meccanismo, se da un lato offre una maggiore precisione nella selezione, dall’altro può contribuire al fenomeno del “mismatch”. Infatti, i candidati vengono “scelti” non tanto per la loro vera idoneità al ruolo, ma in base a criteri predefiniti che possono non tenere conto delle loro potenzialità reali o delle loro aspirazioni. In altre parole, i candidati possono trovarsi a ricoprire ruoli che non corrispondono realmente alle loro aspettative o competenze, semplicemente perché sono stati profilati in un certo modo.
In questo scenario, la libertà di scelta del candidato e la possibilità di esplorare nuove opportunità vengono limitate. Così come Gaber temeva che la nostra autonomia di consumatori potesse essere compromessa, anche la nostra capacità di autodeterminazione nel mondo del lavoro rischia di essere ridotta. Il “mismatch” non è quindi solo una questione di competenze tecniche, ma anche il risultato di un sistema che predilige l’efficienza algoritmica rispetto alla considerazione umana delle capacità e delle aspirazioni individuali.
L’autenticità al centro
In conclusione, l’applicazione del concetto di Gaber alla ricerca del lavoro odierna mette in luce una dinamica pericolosa: quando sono le offerte a scegliere noi, basandosi su criteri preconfezionati e commerciali, il rischio è di perdere di vista l’autenticità e l’unicità del percorso professionale di ciascuno, contribuendo così a un mercato del lavoro disfunzionale in cui il maggior poter di acquisto di chi più spende nella ricerca dei candidati può rendere meno raggiungibili opportunità di valore ma magari non così performanti nel profilare e cacciare il candidato.
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