Ci siamo già visti?
- 25 Settembre 2026
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In psicologia c’è un fenomeno che si chiama effetto familiarità che porta a sviluppare una preferenza verso ciò di cui si è fatto esperienza (un oggetto, un volto, una musica, etc.) e questo senza che ci sia una mediazione cosciente, inferenziale e cognitiva. Si tratta di mera esposizione che sviluppa via via gradimento.
Le applicazioni più note e diffuse riguardano il mondo della pubblicità e del marketing, la mia curiosità va al ruolo che ha l’esposizione nel facilitare la creazione di relazioni, mi chiedo cioè quanto l’esposizione di noi stessi, rendendoci più familiari, crei gradimento nei nostri confronti.
Al giorno d’oggi i contesti in cui si crea l’effetto familiarità sono davvero numerosi: il mondo social in toto (es. da Linkedin a Threads passando da Instagram, Tik Tok, Facebook), i client di messaggistica istantanea (es. WhatsApp e Telegram) e i più generici motori di ricerca.
Quando ci viene nominato un professionista, la prima azione può essere quella di googlarlo, guardare il suo profilo LinkedIn o il sito personale, quando poi entra nella nostra rubrica o nella nostra rete, il livello di esposizione si fa più profondo, dalla foto profilo di WhatsApp, allo stato, fino ai contenuti e alle foto sui vari social.
Non a caso il mantra che viene ripetuto a livello di personal branding è di essere presenti, di metterci la faccia, ma è davvero così utile?
Per rispondere credo siano necessarie alcune distinzioni.
Ad essere precisi l’effetto familiarità tecnicamente è un bias, si tratta quindi di una distorsione sistematica del ragionamento, il personal branding ha preso un bias cognitivo (l’esposizione genera gradimento) e l’ha presentato come una virtù (mettici la faccia, sii presente), il rischio è che la fiducia che pensiamo di guadagnarci online possa essere il sottoprodotto di un bug del cervello altrui.
Da decenni grazie a numerosi studi si è arrivati a comprendere che l’esposizione non deve essere eccessiva, perché in questo caso rischia di diventare controproducente soprattutto se si qualifica come oversharing, vale a dire la condivisione di un eccesso di informazioni o immagini riguardanti la propria vita.
Il bias mostra così il suo lato più insidioso perchè chi ne è vittima di rado se ne accorge.
Ecco allora che l’esposizione ha bisogno di alcune accortezze, qui di seguito alcune azioni concrete per evitare di cadere in questo effetto indesiderato.
Tips
- Distingui presenza da esposizione: presenza è esserci quando ha senso, esposizione è comparire tanto per comparire.
- Fai in modo che l’incontro reale confermi il giudizio precedente, per questo l’autenticità va espressa a monte e non riservata al poi.
- Fai in modo che la fiducia sia generata dal contenuto e non (solo) da quante volte sei apparso.
Approfondimento
L’approfondimento si propone di allargare la prospettiva oltre il bias cognitivo verso una meta più filosofica e sposta la direzione dal quanto mi espongo a chi divento esponendomi.
Il sé digitale, Vittorio Gallese, Raffaello Cortina Editore.
Con particolare riferimento al capitolo 8 che tratta di performatività e visibilità nell’era digitale, di memoria e narrazione di sè e del rapporto con l’altro (anche artificiale).
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