C’è chi fa Ricerca e Selezione del Personale. Poi c’è chi vende CV. E no, non è lo stesso mestiere.
- 31 Luglio 2026
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Qualche giorno fa ho raccontato con un post LinkedIn il significato di questa conversazione: a scrivermi è stato il candidato al centro della vicenda, una persona che conosco e che si è rivolta a me per un consiglio su come muoversi. Aveva appena sostenuto un colloquio con esito positivo e l’azienda gli aveva chiesto di proporsi lui stesso per i passi successivi. Peccato che, se l’assunzione si concretizzerà, quell’azienda dovrà riconoscere 18.000 € a una società che non ha mai incontrato né sentito telefonicamente, “meritevole” di avergli inviato una lista di profili ‘pronti all’uso’ con una breve descrizione comprendente titolo di studio, ruolo, residenza e RAL, senza alcun incarico firmato prima, nessuna analisi del contesto e nessun processo di ricerca, valutazione e selezione strutturato.
Quel post ha superato le 190.000 impressioni e non perché fosse scritto in maniera particolarmente brillante ma perché forse ha dato voce ad un fastidio da troppo tempo sommerso: decine di colleghi – Head Hunter, HR manager, consulenti, persino candidati – mi hanno scritto per dirmi la stessa cosa, che il problema esiste, è diffuso, ed è tempo di chiamarlo col suo nome: malcostume. Un mestiere fatto di competenza, ascolto e responsabilità viene ridotto, troppo spesso, a un tiro di dadi con una lista di nominativi all’insaputa dei candidati stessi. E chi lo fa con serietà è stanco di pagarne il conto in silenzio.
Una confusione che qualcuno sfrutta e che tutti paghiamo
Il nostro settore convive da anni con un’ambiguità comoda da sfruttare: la differenza tra chi fa davvero Ricerca e Selezione del Personale e chi smista Curriculum Vitae spacciandola per un’attività di consulenza.
Non è una sottigliezza da addetti ai lavori: il D.Lgs. 276/2003 la disciplina con chiarezza.
La ricerca e selezione è un’attività di consulenza di direzione finalizzata alla risoluzione di una specifica esigenza dell’organizzazione committente, attraverso l’individuazione di candidature idonee a ricoprire una o più posizioni lavorative in seno all’organizzazione medesima, su specifico incarico della stessa, e comprende, tra le fasi tipiche indicate dalla norma, l’analisi del contesto organizzativo del committente, l’individuazione delle sue esigenze e la definizione del profilo ideale del candidato.
L’intermediazione invece, in coerenza con quanto prevede il medesimo decreto consta in attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro (…) comprensiva tra l’altro: della raccolta dei curricula dei potenziali lavoratori; della preselezione e costituzione di relativa banca dati; della promozione e gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Chi invia un CV senza incarico e senza analisi preventiva del contesto non fa Ricerca e Selezione ma intermediazione, spesso senza i requisiti di legge, spacciata per un servizio di alto livello e fatturata come tale. Quando questa distinzione si perde, o viene volutamente offuscata, non nasce solo concorrenza sleale: nasce un danno per le imprese, che pagano cifre importanti per scelte affrettate nelle fasi delicate della crescita, e per le persone, trattate come merce di scambio invece che accompagnate nel proprio percorso.
Non è nuovo, è solo diventato più facile
Questa deriva non è nuova, lo “spam di curriculum” esiste da decenni. È cambiata la scala, ed è cambiata la disinvoltura con cui questa pratica viene portata avanti. L’accelerazione tecnologica rende oggi più rapido, ed economicamente più attrattivo, il percorso più breve: con un indirizzo mail e una lista di nomi si può far finta di “chiudere” un’esigenza organizzativa in poche ore, senza aver ascoltato nessuno.
Il conto arriva sempre, e non è solo economico: è un conto di fiducia. Aziende che smettono di rivolgersi al mercato privato della selezione, persone trattate come merce, un intero settore che fatica a essere riconosciuto per il valore che genera davvero, confuso con chi si limita a girare allegati.
Cosa possiamo fare, concretamente?
Dal confronto coi colleghi sono uscita convinta di una cosa: non basta lamentarsi, né denunciare una volta e tornare in silenzio. Serve fare cultura, ogni giorno, con le aziende che ci commissionano una ricerca e con le persone che ci inviano le proprie candidature.
Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di più chiarezza, non di più rumore. E questa chiarezza non ce la regalerà nessuno: va costruita, un confronto e una domanda scomoda alla volta. Perché la giusta domanda, in fondo, non è se siamo gli unici a non sopportarlo più, ma cosa possiamo fare ogni giorno per invertire questa tendenza verso il basso e tornare a dare il giusto nome ai mestieri, la giusta attenzione alle esigenze delle imprese, l’opportuno ascolto alle ambizioni delle persone. Perché affidarsi al caso non è mai una buona soluzione.
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